Carmela Soru: quell'idea rimasta incompiuta

Hospitali Sancti Antoni, ore 17

La relazione della storica dell’Università di Cagliari, coordinatrice scientifica del convegno di sabato scorso a Oristano

Percorsi di modernità: la diga del Tirso

di Carmela Soru

La diga del Tirso è stata l’operazione tecnica, politica più importante realizzata nella Sardegna del primo Novecento. Nella rivoluzione del governo delle acque, generata dalla scoperta e dalla produzione dell’energia elettrica trasportabile a distanza, stava la risposta alla questione sarda concentrata nella questione idraulica. L’utilizzazione delle risorse idriche sarebbe servita per la creazione di forza motrice a scopo irriguo e industriale in un’Isola dove erano presenti solo le miniere.

La costruzione della diga impone profonde modificazioni sulla spinta di prepotenti processi di modernizzazione, sconvolgendo rapporti di proprietà, di conduzione agraria, di appartenenza e di identità, inaugurando nuovi costumi e nuove mentalità individuali e collettive, assegnando nuovi vincoli ambientali (idrografia).

Alla fine del secolo scorso la diga del Tirso diviene il soggetto prioritario dei processi materiali e politici della trasformazione che riguardò, società, ambienti ed economie della Sardegna intera. La forza lavoro venne dispiegata con 16.000 unità, uomini donne e bambine le cui braccia erano reputate idonee a trasportare sacchetti di iuta e pietre su ceste di vimini collocate sulla testa. Nella stessa compagine lavorativa si individuano prigionieri di guerra austro ungarici, sovversivi, braccianti, minatori scalpellini e reduci di guerra. Ne morirono 56, tra queste Emma Gramsci.

Anche a Terralba iniziarono i lavori di preparazione per l’acqua che dal Tirso per dissetare campagne spente o malate dall’arsura e dalla malaria. Più del 40% della forza lavoro sarda si riversò nella piana di Terralba tesa a prosciugare centinaia di paludi, acquitrini e stagni, compreso lo Stagno di Sassu. Molti morirono di malaria.

Sulla spinta di prepotenti processi di modernizzazione, la costruzione della diga è intervenuta profondamente nel territorio nella società rurale del Campidano di Oristano, del Barigadu e del Guilcier, imponendo profonde modificazioni. Per capirne i costi sociali bisogna riflettere sulle intervenute modalità di integrazione produttiva e sociale presso i comuni del Barigadu, del Guilcier e dell’Oristanese. Mi riferisco a Aidomaggiore, Bidonì, Busachi, Boroneddu, Ghilarza Nughedu Santa Vittoria, Tadasuni, Ula Tirso, Sedilo, Soddì, Sorradile e non ultima la frazione di Zuri. Si pensi che a Terralba, nel Campidano di Oristano, si registrò l’esautoramento della sua giurisdizione territoriale da 13479 a 3487 ettari.

Il suo processo non fu solo tecnico ed economico. Fu molto più profondo, perché il bisogno di redenzione nasceva in Sardegna dalle esigenze di mutamento in grado di rispondere sia alle prioritarie necessità di salute (come la sconfitta della malaria allora divenuta componente strategica nel movimento della realtà economica e demografica), sia a quelle di superamento della miseria di una vita vissuta tra acquitrini e paludi, teso a plasmare identità globali per la godibilità di spazi da abitare e lavorare attraverso l’opera di uomini in grado di emergere non più come soggetti passivi ma come protagonisti attivi.

L’importazione in Sardegna dell’esperienza tecnica e imprenditoriale delle grandi imprese elettriche sarebbe stata usata come fattore di catalizzazione di risorse ed energie imprenditoriali locali da controllare con l’impegno politico e finanziario dello Stato. Fanno da battistrada gli studi dell’ingegnere socialriformista Angelo Omodeo, capaci di allineare la Sardegna al più ampio contesto economico-politico nazionale con l’idea dei serbatoi artificiali e delle opere idrauliche da monte a piano, offrendo l’opportunità di un autonomo dinamismo produttivo. L’”isola dei laghi”, tema condiviso nella sede del Genio civile di Cagliari sin dall’ultimo decennio dell’Ottocento, può ora decollare sull’onda dell’elettricità, in un clima di modernizzazione industriale annunciata sugli ideali di solidarietà e di democrazia sociale che grazie a nuove politiche legislative avrebbe parificato i conti tra Meridione e Settentrione.

Con le idee della nuova politica meridionalistica, connotate dal pensiero di Nitti, Turati, Omodeo avanzavano progettualità di bonifiche agrarie, capaci di avviare strategie di connessione tra irrigazione e aumento della produzione agraria nazionale.

L’intervento dello Stato sembra obbligatorio su un territorio dove la tematica idraulica diviene progressivamente sociale e dunque politica. In Sardegna la deputazione parlamentare sarda, appare incapace di pensare in chiave regionale e non riesce neppure a generare un contesto legislativo adeguato ai problemi dell’irrigazione. Questo tipo di opere idrauliche, che acquistava una funzione di pubblica utilità, imponeva l’azione coordinata dello Stato e dell’iniziativa privata. Si trattava di saldare politica e tecnica in un “organico progetto di capitalismo organizzato”.

A decidere l’ingresso nell’Isola delle società capitalistiche, sarà un primo consesso tecnico e finanziario favorito da nuove coordinate legislative sulle acque, mentre a rendere strategicamente importante l’intervento capitalistico nell’Isola è il varo della legge speciale n. 985, nel luglio del 1913, sui “Provvedimenti relativi alla costruzioni di serbatoi e laghi sul Tirso e sui fiumi silani”.

Nutrite di interessi scientifici e ambientalisti intorno al sistema idrografico, alle applicazioni dell’ingegneria idraulica, meccanica ed elettrica, le due società monopolistiche, la Società elettrica sarda e la Società Imprese Idrauliche ed Elettriche del Tirso, volute da COMIT e Bastogi, importano in Sardegna, sotto l’ala della legislazione di Saverio Nitti, una logica culturale del capitalismo contemporaneo esterna al mondo rurale, che mira all’utilizzazione dei crediti dello Stato verso le regioni meridionali rimaste emarginate dagli esiti della seconda industrializzazione. Essa prende il primo slancio dalla legge speciale del 1907 e si attesta con la concessione della costruzione di dighe che una nuova legge assegna ora alle società private con poderose sovvenzioni finanziarie per la durata di 60 fino ai 70 anni con esenzioni fiscali fino a 10 anni, diritto di espropriare e sovvenzioni sostanziose a fondo perduto.

L’industria elettrica è privilegiata per la formazione del futuro demanio idrico, favorita sia dalla politica di Nitti che dai socialriformisti. Ma è la bonifica il motore dello sviluppo agricolo al cui dispiegamento sono destinati leggi e investimenti.

A tale scopo la diga del Tirso viene progettata per irrigare fino a 40.000 ettari di terreni del Campidano di Oristano e a mettere a disposizione per l’industria 300 milioni di kWh. Lo Stato destina ben 145 milioni alla Società Imprese Idrauliche ed Elettriche del Tirso, partecipando al 40% dei suoi investimenti.

Sarà la guerra mondiale a rappresentare il periodo decisivo per un avvio operativo dell’industria idroelettrica.

Tutto si sbloccherà con l’incremento della produzione richiesto dalle esigenze imposte dalla guerra mondiale. Il decreto luogotenenziale, attuato il 20 novembre del 1916 dal socialriformista Ivanoe Bonomi, decide con procedure rapide e agili che le acque pubbliche anziché un bene demaniale, sfruttato con criteri indiscriminati da privati, rappresentino, invece, un bene pubblico, esteso a tutti con criteri di interesse collettivo.

Si prospetta un percorso lungo e difficile per le richieste prerogative tecniche capaci di coniugare le esigenze della produzione di energia elettrica con quelle “prioritarie” dell’irrigazione. Su questo connubio nasce un dibattito che occuperà l’intera XXIV legislatura, dal 1913 al 1919. Il deputato terralbese, socialriformista, Felice Porcella sarà attivo protagonista della legiferazione sulla bonifica e sulla riapertura delle opere idrauliche legate alla diga del Tirso fino ad allora bloccate. Pertanto il decollo della bonifica scaturisce non da una pianificazione industriale ordinata da un’élite governativa e dai settori più avanzati dell’intellighenzia tecnica e politica, ma si rivela una risposta a un originale progetto di bonifica locale.

La Società Anonima Bonifiche Sarde sotto la guida di Giulio Dolcetta (direttore generale della SES dal 1917 e delle Imprese idrauliche ed elettriche del Tirso e dal mese di dicembre del 1918 della SBS) si ritrova esecutrice unica di un eccezionale piano di trasformazione di bonifica, già depositato dai suoi autori, Porcella e Pierazzuoli, presso il Ministero dei LL.PP. sin dal 5 ottobre del 1918 in attesa di essere approvato.

Sulle ceneri di uno Stato liberale che aveva generato la prima legislazione sulle bonifiche permettendone il decollo a fini sociali, il regime fascista, con obiettivi politici ben diversi da quelli preposti dal governo liberale, in sintonia con le spinte produttivistiche dei gruppi industriali più forti, eredita il costo della bonifica liberale sostenuto da una politica economica che assegna alla Sardegna fondi cospicui per una spesa che va a gravare per 3/4 sull’erario dello Stato, per 1/8 su quello della Provincia e per 1/8 sui proprietari.

Il governo fascista consegna alla storia della Sardegna l’esito di una scommessa secolare concepita dal governo liberale, senza rispettare gli obiettivi di emancipazione sociale che quest’ultimo aveva predisposto alla realizzazione della bonifica legiferata con finanziamenti prevalentemente pubblici. L’operazione salvifica del presidente della SBS, operata a causa dall’imprevisto e minaccioso avvento dei consorzi sardi nel 1926, permette la nascita di Mussolinia di Sardegna (sorta nel 1928 con annessi corredi finanziari) e decreta la scomparsa dell’anima territoriale sociale di Terralba. Con la prevaricazione del regime fascista esercitata sul Comune originario di Terralba emerge l’anima speculativa e colonizzatrice contro la vantata “causa meridionale” di redenzione di questo pezzo d’Italia. Saranno premesse di una nuova storia in cui la classe dirigente si è fa carico delle ragioni della “modernizzazione”, annunciata per la Sardegna intera.

Questa, però, non riesce a compiersi, per non essere stata accompagnata all’interno di una dispiegata politica sociale democratica, che avrebbe potuto attestarsi con lo sfruttamento dell’eccezionale carica riformatrice espressa dallo sviluppo capitalistico dell’epoca, sciogliendo, finalmente, il divario fra le due economie della nazione.

Intervento Sandro Ruju

Intervento Piero Bevilacqua

Intervento Marisa Fois

Maria Carmela Soru
insegna Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Cagliari. Si è occupata di storia delle donne, del loro apporto ai lavori della Costituente, della storia sarda del Novecento, del pensiero sicialista tra fine Ottocento e primo Novecento, della storia agraria del Campidano oristanese. Autrice di Terralba. Una bonifica senza redenzione. Origini, percorsi, esiti. (Carocci, 2000)

Marisa Fois
già Visiting Fellow al Graduate Institute di Ginevra, ricercatrice all’Università di Cagliari, ha collaborato con il Centre des Mondes Africains (CEMAf) di Aix-en-Provence. Si occupa di minoranze, politica e identità in Nord Africa, decolonizzazione e postcolonialismo.
Autrice di Politics and Minorities in Africa (Ed., Aracne 2012); La minoranza inesistente. I berberi e la costruzione dello Stato algerino (Carocci 2013)

Toni Ricciardi
tra i coautori del Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, del primo Dizionario enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo (Ser, 2014) e membro del comitato editoriale di «Studi Emigrazione». Autore di Associazionismo ed emigrazione. Storia delle Colonie Libere e degli Italiani in Svizzera (Laterza 2013); Morire a Mattmark l’ultima tragedia dell’emigrazione italiana (Donzelli 2015); Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone (Donzelli 2016); Breve storia dell’emigrazione italiana in Svizzera. Dall’esodo di massa alle nuove mobilità (Donzelli, 2018)

Sandro Ruju
Autore di Contadini e pastori nella Sardegna del Novecento (per il volume Contadini, a cura di Maria Luisa Betri, Torino, Rosenberg e Sellier, 2006); Il lavoro in Sardegna. Mutamenti, immagini e testimonianze (in La Sardegna contemporanea a cura di Luciano Marroccu, Roma Donzelli, 2015); L’irrisolta questione sarda, (Cagliari, Cuec 2018)

Piero Bevilacqua
Autore, fra gli altri, di Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento a oggi (Donzelli 2005); Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea (Marsilio 1990); La modernizzazione introvabile. Un confronto sul Mezzogiorno (Calice 1990); Il paesaggio italiano. Nelle fotografie dell’Istituto Luce (Editori Riuniti 2001)