I paesaggi idroelettrici. La lezione di Michael Jakob

Il paesaggista di Losanna alla conferenza nella chiesa di San Domenico: i cento anni di ingegneria ed elettricità che hanno trasformato l’Europa

Allegati
Intervista a Michael Jakob (PDF)
Jackob risponde a Barbara Pinna (PDF)

La parte conclusiva della lezione sui paesaggi idroelettrici tenuta da Michael Jakob a Oristano nella chiesa di San Domenico l’11 febbraio scorso, nell’ambito delle iniziative per il Centennale della diga del Tirso, organizzate dall’associazione Paesaggio Gramsci con il sostegno dell’Unione dei Comuni del Barigadu, della Fondazione di Sardegna e della Presidenza della Regione.

Il professor Jakob ha illustrato la lezione con alcune immagini, che vengono descritte nel testo nelle parti in corsivo

di Michael Jakob*

E’ stato detto prima che la natura come la conosciamo non è quasi mai o perlomeno in Europa la natura primigenia, la natura selvaggia. Già i romani trasformavano la natura in modo molto brutale, anche selvaggia. I romani toglievano il fiume, lo spostavano, radevano le sommità delle montagne. Noi viviamo in una natura che cambia sempre, è molto difficile trovare pezzi di natura selvaggia in Europa. Questa tendenza poi diventa maggiore nel 19° secolo, grazie alla fase di industrializzazione dove ci sono due azioni molto importanti specie nell’arco alpino. Uno, la regolazione dei fiumi: nell’Ottocento quasi tutti i paesi europei cominciano a regolare i fiumi, al punto che quando oggi si dice ogni tanto: dobbiamo ripristinare il fiume, dobbiamo ritrovare il letto naturale del fiume, è una cosa impossibile, da duecento anni abbiamo quasi totalmente trasformato la geografia e l’orografia locale. A ciò si aggiunge una cosa ancora più incisiva, si può dire anche brutale, cioè l’idroelettricità.

Comincerei col mostrarvi delle fotografie che sono prese da un archivio di una ditta che ha lavorato molto in Italia, all’estero e anche in Sardegna, la ditta Girola, una ditta milanese che è stata fondamentale per l’idroelettricità. Di questi archivi mi piace mostrare questa foto perché questo è il punto di vista dell’ingegnere, è una foto dove con la matita in giallo si descrive il progetto futuro,

e vediamo che l’idroelettricità crea dei paesaggi elettrici che trasformano radicalmente la realtà e portano a un nuovo paesaggio industriale, un paesaggio gentilizzato dove certi elementi che poi diventano una presenza tipica oggi, a un certo punto noi li accettiamo e dimentichiamo il modo in cui queste tecnologie furono impiantate, e anche tutte le difficoltà.
Tra l’altro se voi guardate anche la storia della nascita del turismo, specie del turismo d’inverno nelle valli alpine,vedete che spesso si costruivano strade

qui vedete la nuova strada che è come una ferita nel fianco della montagna,

si costruisce questa strada per portare su le turbine e le infrastrutture che permettono di fare una centrale elettrica e una volta che esistono queste infrastrutture si aggiunge la stazione sciistica. Anche stazioni sciistiche celebri in verità non sono nient’altro che l’utilizzo da parte della nuova infrastruttura turistica dell’infrastruttura elettrica.

Cioè l’elettricità ha trasformato profondamente queste valli spesso povere, spesso tralasciate, che diventano nei primi anni del Novecento – grazie a delle innovazioni straordinarie – diventano siti di alta tecnologia. Oggi tutti parlano di start-up: in quegli anni le start-up erano quelle di Edison, di Testa e di questi ingegneri geniali che tutti investivano in questa nuova energia, trasformando la natura in modo radicale.

Si costruisce molto in quegli anni perché nel 1882 a Monaco di Baviera un ingegnere francese che si chiama Deprez e un ingegnere tedesco che si chiama Von Miller hanno fatto la dimostrazione che si poteva trasportare l’energia sulla lunga distanza. All’epoca erano 57 chilometri, perché fino a quel punto l’energia elettrica doveva essere consumata in loco perché c’erano troppe perdite; poi un altro ingegnere aveva inventato l’accumulatore e con queste nuove tecnologie si poteva finalmente trasportare l’energia. Questo è l’inizio di una rivoluzione, perché si può produrre energia in montagna e consumarla in città; si può costruire tanta energia in zone appartate e utilizzarla là dove sono le industrie. E dunque si costruivano nuove dighe, si costruivano i trasformatori, tutto un sistema elettrico che si mette in atto per creare sempre più energia, perché ovviamente gli industriali si rendono conto molto velocemente che tutto ciò avrebbe cambiato completamente il mondo, ciò che è avvenuto.

Però, c’è un però: da una parte queste nuove tecnologie sono molto pericolose. Un po’ la stessa cosa avviene con il sistema dei treni, all’inizio sapete c’erano i treni inventati per trasportare il carbone in Inghilterra, poi diventano rapidamente un mezzo di trasporto universale, però ci son tanti incidenti. Per ovviare agli incidenti ci sono tante cose che vengono inventate che ci riguardano ancora oggi. La standardizzazione del tempo, il famoso tempo di Greenwich che viene adottato universalmente attraverso un accordo globale è semplicemente il risultato della necessità che se un treno parte da Torino e un treno parte da Milano l’importante è che si sappia che nei due luoghi sono le 9. C’è una nuova tecnologia dell’epoca che permette di coordinare le cose, il telegrafo, perché si mandano informazioni per dire: qua sono le nove. Finché questo non poteva essere coordinato c’erano tantissimi incidenti, e dunque vedete che questa azione porta poi a delle innovazioni molto importanti.

Dunque l’idroelettricità, questa nuova tecnologia porta anche tanti problemi: c’è molta resistenza, anche locale. Ci sono tante microstorie, oggi si parla di Nimby, cioè non vogliamo che le cose avvengano vicino a casa nostra, però già a quell’epoca tanti diffidavano di questa energia e di queste tecnologie. E allora cosa viene fatto? L’operazione è interessante, vediamo che gli ingegneri pur utilizzando le tecnologie più moderne e anche i materiali nuovi, però per scusarsi quasi per l’intrusione nell’ambito naturale mascherano la nuova energia, cioè la diga, utilizzando la pietra locale.

Vedete qui una specie di linguaggio vernacolare o pseudo-vernacolare, che viene utilizzato per dire: sono la diga ma non sono qualcosa di estraneo. Poi addirittura si costruisce un elemento pseudo-medievale come per dare l’idea che questa diga è qua da sempre mentre è stata costruita nel 1920, nel 1910.

Dunque vedete come l’idroelettricità, per farsi adottare, per farsi rispettare, ha bisogno di una formidabile macchina propagandistica, che passa per milioni di fotografie, di firmati, di libri, di brochure eccetera. Noi l’abbiamo completamente dimenticato questo lavoro che è importante per fare accettare questa nuova presenza che cambia ovviamente tutto, nelle zone appartate, nelle zone precedentemente selvagge. Tutto questo dà forma a un repertorio straordinario, si potrebbe parlare di un’estetica ingegneresca, un’estetica degli ingegneri, quest’estetica della bellezza della diga, che prende forme quasi sublimi.

Vedete come addirittura i fotografi cercano di esprimere questa bellezza della diga: gli ingegneri naturalmente cercano le forme più pure però anche le più economiche, però vedete le forme più eleganti e il fotografo vuole celebrare questo arrivo degli ingegneri.

Non dimenticate che l’ingegnere è un po’ l’eroe di quegli anni, dagli anni 1880 in poi gli ingegneri, Eiffel e tutti coloro che inventano ponti, viadotti e dighe.

Dunque l’arrivo dell’elettricità, combattuto ma non soltanto, anche celebrato, si iscrive in questo discorso molto complesso dove si inventano poi anche man mano – soprattutto durante la seconda guerra mondiale – delle nuove possibilità: si è parlato prima del cemento e della necessità di fare economia.

qua vedete un esempio famoso e cioè quando per risparmiare materiali gli ingengeri inventano un sistena molto più leggero che dà gli stessi risultati e che crea all’interno di queste dighe qualcosa di straordinario. Però ovviamente se guardate questo esempio vi rendete conto anche che noi vediamo anche una natura ferita, una natura trasformata, e i nostri paesaggi sono diventati definitivamente paesaggi dell’energia dove la presenza dell’uomo che geometrizza il territorio e che lo trasforma può sembrare anche estremamente brutale se lo paragoniamo a questa catena di monti.

Dunque dagli anni ’20 e ’30 in poi i più bravi architetti e ingegneri si pongono già i problemi dell’integrazione di questa nuova realtà nel paesaggio. Un architetto francese, architetto Tony Garnier che pensa che le città del futuro saranno magari delle città diga, delle città elettriche dove noi vogliamo vivere: questo tipo di realtà non ci fa paura, al contrario questo sarebbe il luogo più straordinario dove vivere

Un corridioio verde, con le piante cerca di aggiungere alla estetica formale della diga con la sua linea irregolare anche l’elemento verde: pensate anche al famoso bosco verticale di un edificio, altamente anti-ecologico nel cuore di Milano, che anch’esso vuole dare l’idea dell’integrazione del verde, della natura: sono sempre operazioni ideologiche.

Negli anni ’20-’30 l’Italia è proprio all’avanguardia, l’Italia è in quegli anni forse numero uno o numero due nel mondo per l’idroelettricità: in modo capillare viene sfruttata la ricchezza idroelettrica e così nascono anche un repertorio straordinario di centrali elettriche non soltanto in Italia anche in tutti i paesi europei

dove vedete come la centrale elettrica utilizza le possibilità architettoniche per immedesimarsi nel paesaggio alpino. Vedete un paesaggio alpino, e questo non è un monastero, questa è una centrale elettrica che si mimetizza come monastero,

Si utilizza il linguaggio sacrale forse soprattutto perché in quegli anni c’erano spesso dei problemi e il sistema elettrico è una promessa di elettricità per sempre, come per noi: noi vogliamo ssempre avere la corrente elettrica, però ogni tanto non c’è, ogni tanto ce n’è di meno, allora la promessa della perennità dell’elettricittà viene espressa attraverso il linguaggio sacro.

Cioè non è soltanto una sacralizzazione della fonte elettrica: anche questo è importante perché gli industriali dell’epoca, i manager dell’epoca fanno capire che l’elettricità è proprio una fonte straordinaria che cambia tutto, dunque quasi invitano le persone a dire:dovete fare una preghiera al dio dell’elettricità e ringraziarlo ogni giorno perché oggi avete le macchine che utilizzate. Però nelle città elettriche questa sacralizzazione dà luogo a una architettura straordinaria e si potrebbe fare un lungo viaggio attraverso il mondo e vedere le migliaia e migliaia di architetture. Queste sono architetture di qualità, va ricordato anche questo. Vediamo che quasi sempre i migliori architetti, in Italia Muzio, Ponti, Portalupi, diciamo i grandi architetti dell’epoca lavorano a questi progetti. E la stessa cosa accade anche negli altri paesi.

C’è una storia dell’idroelettricità, dell’architettura idroelettrica che sarebbe bello anche qua in Sardegna avere un centro di documentazione per ricordare, e anche se riuscite a fare un po’ un collegamento con i tantissimi altri musei dell’idroelettricità che esistono per esempio in Italia a Cedegolo ma anche in Portogallo, in Svizzera, in Germania; esiste una rete e anche un interesse per questo tipo di siti.
Vedete come nascono delle nuove realtà: certo da una parte viene sconvolta completamente l’identità locale, dall’altra parte vediamo come ingegneri progettisti e le società elettriche hanno la volontà di dialogare di creare qualcosa di abbastanza straordinario:

questa è una centrale elettrica non è un fortino del Trecento, però si dà come qualcosa di quasi arcaico e sotto c’è una centrale elettrica che va per trecento metri dentro la terra per mascherare la tecnologia che all’epoca non viene mostrata.

Poi sono straordiarie le centrali elettriche di Portalupi, l’architetto milanese che in Val Formazza e in altre regioni gioca proprio con l’architettura, crea delle centrali che sono un mix di tecnologia ultramoderna e di un’architettura pseudo-vernacolare, vedete l’utilizzo della legna, di elementi di art deco, del giardino. Ecco, in quegli anni in Italia ma non soltanto la realtà idroelettrica viene contraddistinta da un investimento straordinario anche in architettura. Insomma queste sono cose che costano, investire tanto in architettura voleva dire certo rendere più facilmente accettabile la presenza del sistema idroelettrico, vuol dire anche celebrare la fonte elettrica.

Vedete qua queste magnifiche centrali di Val Formazza, creare una centrale che sembra un castello del Trecento, del Quattrocento, addirittura con un giardino elettrico completamente inutile, mai nessuno è andato lì a camminare, diciamo non è che ha un senso:

però ha un senso – propaganda, ideologico – come dire: noi siamo il nuovo potere, noi controlliamo il mondo. Che è ancora una cosa di oggi: nel Politburo cinese, non so se su sette o nove membri ma cinque persone che guidano la Cina contemporanea sono degli ingegneri idroelettrici. Questo non è un caso, perché chi controlla l’elettricità e l’energia controlla il paese, e negli anni ’20 e ’30 si era capito molto bene questo in Europa.

Dunque vedete come nasce un repertorio che poi man mano può prendere delle forme molto molto diverse, però spesso i migliori architetti dell’epoca sono presenti e creano delle realtà straordinarie.
Che all’interno anche sono da scoprire, ci sarebbe tutto un viaggio da fare anche di archeologia industriale:

vedete qui la chiesa elettrica, che è sempre una centrale elettrica però si vede che siamo in un posto sacro, la sacralizzazione dell’energia, anche qua con questi due bambini che si perdono quasi nella sublimità della centrale elettrica che è talmente immensa e dà questa idea della presenza del dio dell’elettricità che in un silenzio assoluto o quasi è presente e crea energia.

E poi questa è una casa del direttore di una centrale elettrica, mai abitata purtroppo, però questa è un esempio di iperbole, dell’esagerazione, dà un senso della trasformazione proprio di quegli anni ’20 di cui si parlava prima:

dagli anni ’20 ai ’40 in Italia c’è un’operazione straordinaria di inclusione da una parte di territori precedentemente poco abitati più o meno selvaggi e creazione di una nuova rete che poi ha tantissimi elementi come i trasformatori. Per esempio l’elemento del trasformatore, è un elemento che non è molto sexy però l’ingegnere – e non soltanto, si direbbe oggi i designer – quasi lo trasformano in una cosa affascinante, qua c’è il fascino del nuovo mondo.

E poi qua diventa un fenomeno internazionale con le famose dighe degli Stati Uniti e poi viene anche celebrato e questo vi dà l’idea della iscrizione di questa nuova realtà che quasi ovunque nel mondo è ciò di cui le persone vanno fiere, cioè noi siamo anche coloro che hanno una centrale elettrica, pensate alla diga di Assuan in Egitto con la trasformazione e la distruzione Abu Simbel, però anche lì l’Egitto degli anni ’60 è fiero di avere una centrale elettrica straordinaria, una diga. Si può fare anche qui un viaggio attraverso il mondo.

Negli anni ’60-’80 le stesse infrastrutture elettriche vengono trasformate. Qua c’è un’altra storia, le centrali in disuso: sapete che l’Enel oggi si libera abbastanza spesso dalle ex centrali elettriche e questo patrimonio che va anche salvaguardato – certo è difficile accettare in un paese come l’italia dove ci sono centomila altre realtà, chiese, cappelle, musei – fanno parte del nostro patrimonio. La bellissima centrale di Montemartini a Roma oggi sede dei Musei Capitolini, dove l’arte antica, la forma più pura dell’arte può creare un dialogo molto fertile con questi macchianri.

Conoscete la Battersea Power Station la magnifica centrale costruita negli anni ’20 dall’architetto Giles Gilbert Scott, che conoscete dalla copertina dei Pink Floyd e che oggi è al centro della trasformazione urbana della città di Londra. E’ un patrimonio importante che può prendere anche delle forme sorprendenti,

questo è un trasformatore creato negli anni 2000, vedete che l’estetica cambia, però crea anche una realtà nuova. Sono giganteschi trasformatori, vedete anche qua che ingegneri architetti di questi giorni cercano di creare qualcosa che deturpa minimamente e il meno possibile il paesaggio.

Una delle grandi lezioni della Convenzione Europea del Paesaggio è come ancora oggi questo è un tema importante, come un architetto crea una realtà

che ricorda casa Malaparte a Capri ma questa è una casa Malaparte elettrica nei Grigioni dove vedete che l’architettura e l’ingegneristica possono convivere con la bellezza naturale. Qua c’è un equilibrio che diventa accettabile, perché c’è la cultura, perché c’è la discussione.

Terminerò con una immagine, mi sembra molto interessante e simbolica: è l’esposizione del 1882 a Monaco di Baviera, vi dicevo: prima trasmissione della corrente elettrica su lunga distanza. Cosa viene fatto all’epoca? Si prende una dinamo nelle Alpi, si trasporta per 57 chilometri la corrente, c’è un’altra dinamo che utilizza questa energia per una cascata artificiale. Ecco, la cascata in un luogo di esposizione della città dà l’idea che la natura, la natura selvaggia viene riprodotta. Si può dire che viene portata in città, viene anche espropriata. Si potrebbe anche dire che il capitale cittadino, l’intelligenza cittadina, le società elettriche occupano il territorio, lo sfruttano. Però allo stesso tempo c’è un andirivieni, perchè questi capitali sono arrivati in queste zone. Dunque non è che esistono delle possibilità semplici, che posso dire: torniamo indietro, smontiamo queste cose. Noi siamo il risultato di questi fenomeni, e dunque di una trasformazione che non si ferma mai. E questo vale anche in termini paesaggistici. In questo senso questa cascata artificiale è una metonimia proprio del paesaggio che cambia sempre, ed è artificio, artificialità estrema. Dunque per affrontare i problemi odierni noi dobbiamo conoscere sia la storia del concetto di paesaggio in generale, ma soprattutto questa storia più recente, di 120 anni, dell’idroelettricità.

Grazie per l’attenzione.

Michael Jakob è professore di Storia e Teoria del paesaggio al Politecnico di Losanna (EPFL) e presso la Scuola di Ingegneria di Ginevra-Lullier e cattedratico di Lettere Comparate nell’Università di Grenoble. È fondatore e direttore della rivista internazionale Compar(a)ison, nonché della collana di monte in monte (Edizioni Tarara’, Verbania). Dirige presso l’editore Infolio (Losanna) la collana Paysages.
Ha pubblicato di recente sul tema: Paesaggio e letteratura (Olschki, Firenze 2005); La montagna elettrica, con Bruno Guglielmotto-Ravet, (Lanzo Torinese 2005); Walter Brugger. Architecte paysagiste (Infolio, Gollion 2005); Il paesaggio (Il Mulino, 2009); Sulla panchina. Percorsi dello sguardo nei giardini e nell’arte (Einaudi, 2014).