Il grande progetto idroelettrico. Le promesse, le delusioni

Convegno all’Hospitalis Sancti Antoni

A un secolo dalla costruzione della diga del Tirso e dall’avvio delle bonifiche. Il riformismo di Nitti e Omodeo nel dibattito fra Bevilacqua, Carmela Soru, Sandro Ruju, Marisa Fois e Toni Ricciardi

“Era una visione dell’Italia, e in particolare dell’Italia meridionale, che ispirava la politica dei governi post unitari fra fine Ottocento e primo Novecento. E c’era un’idea di Stato, e una presenza che ormai non ci sono più a un secolo di distanza, non ultima causa dell’arretramento dell’economia e della società, della democrazia in Italia”. E’ uno dei concetti centrali nel ragionamento del professor Piero Bevilacqua, storico dell’Italia contemporanea, studioso del meridionalismo, del territorio, dell’ambiente, che ha collaborato con Rossi Doria, che ha concluso ieri il dibattito fra gli storici Carmela Soru, Sandro Ruju, Marisa Fois e Toni Ricciardi Nitti a cento anni dall’avvio della costruzione della diga del Tirso. “La cosiddetta sinistra storica – ha continuato Bevilacqua, che è tornato sul tema lunedì mattina davanti agli studenti del Liceo Classico De Castro – e i socialriformisti di Turati e Omodeo, avevano davanti anche in Sardegna paludi malsane, la malaria che imperversava, e i corsi d’acqua per gran parte dell’anno a secco ma poi a tratti impetuosi e che esondavano e accrescevano il dissesto territoriale e i danni a colture e paesi. L’isola era disboscata, povera, con una popolazione scarsa e dispersa. Bisogna ragionare su questo quadro anche nel guardare all’oggi, nel fare i bilanci”.

Aveva introdotto il convegno Carmela Soru, docente di storia contemporanea all’Università di Cagliari, che ha parlato del ruolo di Felice Porcella, sindaco di Terralba e deputato socialista, e di un certo tradimento delle aspirazioni dell’uomo e in qualche modo della comunità di Terralba che i progetti legati alle bonifiche compirono.

Nelle prossime ore saranno pubblicate in questo sito le sintesi delle relazioni anche degli altri storici, di Marisa Fois, storica, Università di Ginevra, con una relazione dal titolo:  “Comunità immaginate?” Il trauma della sommersione: Barigadu e Guilcier  fra espropri e marginalità, di Toni Ricciardi, storico delle migrazioni, Università di Ginevra, intervenuto su “La retorica delle grandi opere. Le migrazioni interne ed esterne”, e di Sandro Ruju , storico del movimento operaio e dell’industria, che ha parlato della “contraddittoria modernizzazione degli interventi speciali nella Sardegna del Novecento”

Al convegno, e al dibattito che si è sviluppato anche con le domande dal pubblico, coordinato da Umberto Cocco (giornalista, presidente Paesaggio Gramsci), hanno partecipato il sindaco di Ula Tirso, Ovidio Loi, quello di Oristano, Andrea Lutzu, il prefetto di Oristano Giuseppe Guetta, i consiglieri regionali Antonio Solinas e Mario Tendas, il commissario del Consorzio di bonifica Battista Ghisu, il presidente del Consorzio industriale Massimiliano Daga, il sindaco di Sorradile Pietro Arca.

Ecco l’intervento del professor Bevilacqua al convegno del 6 ottobre all’Hspitalis Sancti Antoni

Io credo che bisognerebbe fare un applauso al pubblico per la grande resistenza, concentrazione e attenzione con cui ha seguito un dibattito molto interessante ma molto impegnativo. Non è che mi resti molto spazio, non voglio affliggervi ulteriormente. Io voglio dire intanto che ho apprezzato l’intervento di Marisa Fois e anche le considerazioni che svolgeva Toni Ricciardi perché indicano una volontà di revisione positiva di un quadro storico, di una tradizione interpretativa che è la storia dei vincitori.

Purtroppo sempre la storia che noi conosciamo e che leggiamo sui libri e sui manuali è la storia di chi ha vinto, e chi ha perso non ha più voce. Però per fare questa storia bisogna fare uno sforzo colossale perché i documenti che ci informano su queste vicende del passato sono stati scritti per l’appunto dai vincitori o comunque da coloro i quali hanno realizzato i progetti, hanno realizzato le opere.

Allora io voglio dire molto brevemente, aggiungere alle cose che avete sentito, alcune considerazioni d’insieme che credo ci aiutino a porci di fronte al dilemma se la diga, il lago Omodeo, la chiusa di Santa Chiara siano stati un passo in avanti per la comunità che ne è stata investita oppure meno.Credo che sia utile un quadro storico un po’ più generale.

 

Devo andare tagliando i problemi con l’accetta. Come si è formata la cultura e i capitali – per dirla con un’espressione usata da Carmela Soru – e perché si è fatta la diga, cominciando nel 1918?

 

Intanto dobbiamo immaginare quale classe dirigente ha l’Italia all’indomani dell’Unità: noi abbiamo una classe dirigente che per 25 anni, la Destra storica, ha teorizzato e di fatto realizzato la quasi assenza dello Stato, della mano pubblica in opere di bonifica. La bonifica doveva essere lavoro, operazione dei soli privati. Allora voi immaginate un territorio come quello meridionale dove l’interesse privato era pressoché nullo, perché la popolazione era frantumata. La bonifica meridionale non era come la bonifica padana, dove esistevano vasti acquitrini ed era sufficiente prosciugare questi acquitrini e si avevano delle terre immediatamente coltivabili, fertili. Del resto vicino a queste terre c’erano città ricche: c’era Modena, c’era Reggio Emilia, c’era Parma, c’è Rovigo eccetera.

 

Da noi c’erano paesini intorno, e non era sufficiente prosciugare i piani e i fondovalle, perché siccome era stato disboscato ampiamente nei decenni precedenti, alle prime piogge le terre di piano che erano state bonificate spesso con investimenti, lavoro, vengono sommerse.

 

Tra l’altro ci sarebbe da ricordare che la Destra storica ha smantellato l’amministrazione generale delle bonificazioni che era stata realizzata dai Borboni con Carlo Afan de Rivera, uno dei più grandi ingegneri civili del suo tempo: c’era un’amministrazione che aveva accumulato una conoscenza territoriale straordinaria che è stata smantellata interamente a favore di un credo liberista che assomiglia molto a quello neoliberista del nostro tempo. Ma quando arriva la Sinistra storica la cosa che riesce a partorire è la legge Baccarini del 1882 che prevede come protagonisti della bonifica i consorzi. E cosa sono i consorzi nel Mezzogiorno? Non ci sono.

 

Allora è con la cultura, è con la formazione di uno straordinario gruppo di politici, di intellettuali e di tecnici che si raccolgono soprattutto intorno a Francesco Saverio Nitti nel Ministero dei Lavori Pubblici – con lui c’è Ivanoe Bonomi, c’è Meuccio Ruini, c’è Serpieri che poi sarà protagonista – che costoro vedono la necessità di un intervento statale, pubblico, nel territorio meridionale. E quello che vede con grande capacità di visione Francesco Saverio Nitti è la possibilità per il Mezzogiorno, di compiere una grandiosa svolta economica e sociale. Fondata su cosa? Fondata su quella che lui chiamava “l’oro bianco”, cioè l’acqua. Perché vedete, mentre l’Italia Padana, l’Italia del nord e in parte del centronord godeva e gode di grandi fiumi, il nostro sud e la Sardegna con il resto del continente, ha solo torrenti, l’acqua viene meno soprattutto quando ce n’è bisogno, cioè d’estate. Il nord aveva acqua per irrigazione e acqua come forza motrice, il sud aveva solo una cosa cosa nel suo sviluppo territoriale: la capacità di grandi salti.

Cioè la capacità di creare energia motrice facendo cadere l’acqua attraverso gli invasi. Allora questo ha spinto – questa è una parte della narrazione della costruzione del contesto della quale parlavi tu, Marisa (Fois) – ha spinto un grande ingegnere come Angelo Omodeo, che era un turatiano (lui era di Pavia, è stato un personaggio straordinario. Io quando ho dovuto fare una piccola biografia nella mia antologia sulle bonifiche in Italia curata insieme a Mario Rossi Doria, non ho trovato un rigo da nessuna parte su quest’uomo straordinario che ha fatto anche i laghi slavi, ha fatto invasi in Russia, in Gran Bretagna, in Messico. Un personaggio straordinario…. Un pronipote, o un nipote, mi ha dato un necrologio, ho potuto costruire il profilo attraverso il suo necrologio)…

Allora, se vogliamo fare la storia controfattuale, a cui io sono favorevole, anche perché secondo me giustamente il sindaco di Sorradile (e di Oristano) ha fatto osservare che oggi guardiamo alle risorse locali, guardiamo alle culture dei territori come leve di una nuova modalità di sviluppo in cui le popolazioni siano davvero protagoniste e non subiscano l’iniziativa gigantesca e molto interessata che viene dall’alto.

 

Però per onestà bisogna anche ricordare qual era la situazione della Sardegna. La Sardegna fra il 1860 e il 1921 aveva avuto un disboscamento selvaggio, aveva perso il 60% del suo manto boschivo. Bosco significa piovosità, significa deposito e incameramento di acqua quindi formazione di corsi d’acqua più consistenti. Questa regione per otto mesi l’anno non aveva acqua, aveva acqua di pochissima portata. Poi la sua densità: la Sardegna era spopolata, aveva 864 mila abitanti, 34 persone per chilometro quadrato, la più bassa densità d’Italia. Imperversava la malaria. La regione più malarica d’Italia, cari amici. Quindi c’era poca acqua ma tantissima nei piccoli acquitrini dove prosperava l’anophele.

 

E poi un altro dato importante – questi sono dati statistici storicamente accertati – nel 1915 il consumo di energia elettrica pro-capite nella Sardegna era il più basso di tutta l’Italia. Dietro la Calabria, dietro Abruzzo e Molise, dietro la Puglia. Nel 1930 il consumo di energia elettrica in Sardegna aveva superato tutte queste regioni. Naturalmente come è stata poi distribuita, ci sono state città, paesi che non ne hanno usufruito, però questo salto statisticamente è provato, che significa qualche cosa.

 

Voglio dire che nel progetto di Omodeo c’erano della finalità che erano straordinarie: una di queste – che mi ha particolarmente colpito – era che l’incremento di energia elettrica realizzato attraverso la diga aveva come finalità quella di cambiare la natura economica della lavorazione mineraria. Che significa? Voi tutti sapete che il lavoro minerario di quest’isola era di puro scavo, cioè i minatori scavavano – vari minerali non solo carbone – e questi minerali venivano esportati fuori dall’isola per la lavorazione, e naturalmente il valore aggiunto se lo prendevano fuori. I poveri minatori guadagnavano un salario misero, quindi c’era un rapporto coloniale, neo-coloniale, cioè le terre, le miniere, il territorio sardo venivano saccheggiati da questi capitali e il grosso del profitto andava fuori dall’isola e qui restava solo il misero salario quotidiano dei lavoratori.

 

Allora l’idea di Omodeo era, attraverso l’energia elettrica, di poter fare tutte le lavorazioni industriali in loco. Credo che poco di questo progetto si sia realizzato, io non ho studiato questa parte, però voglio mostrarvi in questo caso anche la nobiltà del disegno e del progetto di Omodeo, che aveva in mente non soltanto la trasformazione fondiaria del Campidano e quindi dell’agricoltura. Perché non dobbiamo dimenticare quando parliamo del Tirso, il Tirso spesso esondava rovinosamente, nelle annate di piena creava dei danni, invadeva i paesi, i territori. Almeno sarebbe stata necessaria un’opera di canalizzazione, insomma questo se si vuole immaginare un’alternativa a quanto è stato realizzato. Naturalmente per mostrare quest’alternativa bisogna vedere qual era la situazione nel contesto storico di allora, che cosa si è guadagnato e che cosa si è perduto.

 

Certo un aspetto bisogna metterlo in evidenza: vedete, anche in Calabria è stato fattoqualcosa di simile. Il lago Arvo e il lago Ampollino sono due creazioni di Angelo Omodeo, e il progetto anche qui era grandioso, perché gli invasi non erano creati per produrre solo energia elettrica – cosa che di fatto è avvenuta e per decenni e decenni, e ancora si produce energia elettrica- ma il progetto nella sua organicità prevedeva che a valle degli invasi le acque arrivassero nelle piane del Crotonese che sono al di sotto del massiccio della Sila e irrigassero il latifondo, producendo una straordinaria rivoluzione dell’assetto fondiario di quelle terre.

 

Lì dovete sapere, nel Crotonese fino alla riforma agraria del 1950 ha dominato la più elevata concentrazione fondiaria d’Italia. Pensate che i Barraco possedevano oltre 50mila ettari in questo e quel paese. C’è un libro di Marta Petrusewicz, una storica polacca, che ha messo sulla copertina del suo lavoro intitolato “Latifondo” una cartina geografica e in rosso al centro c’è l’estensione della proprietà dei Barraco, cioè una proprietà così estesa da poter essere messa in una cartina geografica: bene, quel progetto di Omodeo alla fine però non si è realizzato, cioè le acque non sono arrivate nel latifondo, il latifondo è rimasto, è stato rotto soltanto dopo il 1950 e questo perché, alla fine nelle grandi opere prevale l’interesse principale, l’interesse dominante, e l’interesse dominante è che chi investe vuole ritorni elevati, vuole fare profitti, cioè vuole profitti. Naturalmente nel fare profitti c’è indirettamente qualche vantaggio per le comunità perché si cambiano gli assetti territoriali.

 

Ma anche qui bisognerebbe avere la forza di vedere i disastri che spesso sono combinati e i danni collaterali, altrimenti è una storia trionfante, una storia delle magnifiche sorti e progressive in cui l’umanità va avanti tranquillamente: una visione che oggi non accettiamo più.

 

Bisogna vedere anche un ultimo aspetto – e finisco – e cioè gli investimenti, che hanno fatto soprattutto la Bastogi e la Comit (la Banca Commerciale italiana, come ricordava prima Carmela Soru) ma c’è anche un grande investimento da parte dello Stato. Lo Stato ha reso vantaggiosi gli investimenti dei capitali privati, senza dire che i capitali investiti sono ripagati dalle utenze, cioè quando si crea energia elettrica si ha la sicurezza poi di recuperare gli investimenti, perché anche i cittadini comuni che utilizzano l’energia elettrica in casa – per carità, rappresenta un grande passo in avanti che le case siano illuminate con un semplice clic dell’interruttore – però l’energia si pagava e si paga, per cui c’è questo rientro di capitali.

 

L’azione dello Stato è però una linea rossa, una linea rossa che noi dobbiamo tenere presente per interpretare la situazione di oggi. Cioè lo Stato ha fatto il capitalismo italiano. Vedete, Fiat, l’industria metalmeccanica, che nascono per l’iniziativa privata, gli Agnelli a Torino eccetera, sono delle eccezioni, anche se eccezioni poi corrette perché nell’Italia repubblicana la Fiat ha avuto immense facilitazioni pubbliche. Oggi la religione, il feticismo direi liberista vuole uno Stato fuori dall’economia, vuole uno Stato notaio delle regole che devono presiedere alla competitività.

 

Naturalmente uno Stato assente significa lasciare la società e la storia alle ragioni del più forte. Invece noi dobbiamo avere presente la storia del capitalismo italiano come ispirata e promossa dall’azione pubblica. Vedete, tutto è nato se non direttamente ed esclusivamente dallo Stato, da una commistione fra Stato e privato: le ferrovie, l’industria siderurgica. Non sarebbe mai nata l’industria siderurgica senza l’aiuto dello Stato perché l’industria siderurgica si fa col carbone, e quale carbone avevamo noi? Non avevamo carbone noi quando è nata la Terni e quindi dovevamo difenderci da chi il carbone lo trovava sotto casa, dalla Gran Bretagna che aveva una tradizione, aveva un territorio interamente carbonifero, dove le miniere si trovavano al livello del suolo. E quindi lì è stato lo Stato che ha protetto l’industria siderurgica. L’industria chimica, è stato lo Stato nel dopoguerra: l’Eni, l’indutria petrolifera, un settore strategico per l’avvenire indutriale dell’Italia è stata creata dallo Stato, Mattei eccetera.

 

Oggi che questi protagonisti pubblici sono messi da parte noi viviamo una fase di declino conclamata della nostra economia e della nostra società. E vedete, se manca lo Stato, manca l’intelligenza pubblica nel governo delle cose economiche, manca l’interesse collettivo. C’è solo l’interesse privato. C’è solo questa idea, religiosa, superstiziosa, che il privato facendo il proprio interesse fa anche l’interesse collettivo, l’interesse pubblico. E’ una bugia ormai manifesta. Viviamo ormai da quindici anni in uno stato di regresso continuo, dell’economia, della società, della democrazia, dal welfare state. Non abbiamo bisogno di ulteriori prove. Io credo che questa nostra riflessione sul lago Omodeo, che ci deve naturalmente oggi – a distanza di cento anni e più – ci deve far riflettere sugli aspetti controversi e sui lati negativi, però ci deve anche fare ricordare che quelle grandi opere non sono le grandi opere di oggi, sono delle grandi opere in un momento di alta progettualità dello Stato italiano, di una intellettualità tecnica di altissimo profilo e di livello internazionale, e che forse oggi con tutti i limiti possono essere per noi un modello da perseguire.

 

Intervento di Piero Bevilacqua. Liceo Classico