Amedeo Lepore: la nostra storia non è tutta flop e fallimenti

Lo storico dell’Economia a membro della presidenza della Svimez al convegno di Fordongianus

 

Gli interventi integrali dell’ex ministro per il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, e di Amedeo Lepore, del comitato di presidenza della Svimez, al convegno di Fordongianus:

 

 

Claudio De Vincenti:

Grazie per la presentazione troppo generosa, grazie di essere qui con voi stasera, è un invito che mi ha fatto molto piacere perché sono cento anni dalla costruzione della diga del Tirso e poi siamo nella terra dove è cresciuto Antonio Gramsci, che è stato una mia lettura appassionata quando ero giovane e che ogni tanto torno a leggere, e in particolare la questione meridionale.

 

La questione meridionale esiste ancora, ce lo dice in modo molto sintetico il divario di prodotto interno lordo pro-capite fra il Centro Nord e l’insieme di otto regioni che siano soliti racchiudere nella nozione di Mezzogiorno: e cioè se guardate la cartina dell’Italia a partire dall’Abruzzo scendete e poi fate un giro in senso orario sino alla Sardegna, tutte quelle che trovate sono le otto regioni che compongono appunto la nozione di Mezzogiorno dall’Unità d’Italia in poi.

 

Il divario del Prodotto interno lordo pro-capite: stiamo parlando oggi di un Pil pro-capite intorno al 56 per cento nel Sud rispetto al Centro-Nord, e poi ci sono altri indicatori. Giusto l’altro ieri Svimez ci ha presentato altri indicatori sulla condizione sociale: povertà, disuguaglianza, stato dei servizi pubblici. Un insieme di indicatori che ci dicono: c’è una distanza ancora, rilevante, tra il Centro Nord e il Sud del nostro Paese. Nonostante in centocinquant’anni di storia ci sia stato un grande risultato in termini di sviluppo del nostro Paese nel suo insieme sia al Centro Nord che nel Mezzogiorno. Basti dire che oggi il Pil pro-capite del Mezzogiorno è 18 volte quel che era al momento dell’Unità d’Italia. Significa un enorme processo di crescita innescato proprio dall’unità nazionale, dal collegamento dell’Italia ai paesi leader in Europa e nel mondo. Oggi noi siamo una delle grandi realtà industriali e produttive del mondo. Siamo – nonostante tutti i guai di casa nostra che ben conosciamo – siamo uno dei paesi più sviluppati al mondo, e il Mezzogiorno è vissuto dentro questa crescita e questo grande sviluppo.

 

Però rimane il divario, le due parti del Paese sono cresciute ma non si sono avvicinate, tranne – lo ricordava prima Giorgio Macciotta – nella fase dell’intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno che qui in Sardegna poi ha visto come realizzazione forte qualificante il Piano di Rinascita, e cioè fra gli anni ’50 e gli anni ’70. Sono gli anni di avvicinamento di tutto il Mezzogiorno in termini di Pil pro-capite, di infrastrutture. Perché non c’è solo il Pil pro-capite: pensate solo alle ferrovie, alle strade, e ancora di più l’elettricità, la metanizzazione che in Sardegna è uno dei problemi aperti ancora, l’ acqua, gli acquedotti e tutti gli impianti idrici. Cioè è un Mezzogiorno molto cambiato dopo l’intervento straordinario.

 

Questo cambiamento comincia con le leggi speciali di Francesco Saverio Nitti. Ed è Francesco Saverio Nitti a inizio ‘900 anche l’ispiratore della diga del Tirso e poi l’ingegnere Angelo Omodeo che ne fu il progettista e realizzatore. Grande opera guardate, se n’è parlato in un convegno precedente, con Piero Bevilacqua, Marisa Fois. So che ci sono delle sofferenze legate alla costruzione della diga, non è tutto “magnifiche sorti e progressive”, e d’altra parte la storia non va avanti così, va avanti fra difficoltà, contraddizioni, disagi. Penso in particolare a quelle comunità locali che hanno visto i loro paesi sommersi dall’acqua della diga. C’era un bellissimo documentario proiettato al Liceo Scientifico di Ghilarza stamattina, dove si vede un paese, Zuri, sommerso dall’acqua con la chiesa che è stata ricostruita da un’altra parte. Non sono processi indolori questi.

 

Però pensiamo a cosa ha significato la diga del Tirso. Ha significato che qui noi oggi abbiamo l’elettricità. Sempre in quel video, di circa vent’anni fa, c’era un’anziana signora che ricordava che quando era banbina non c’era l’elettricità. La diga del Tirso ha significato la bonifica di ampie aree di agricoltura. Se pensiamo a cosa erano i corsi d’acqua in Sardegna e nel Mezzogiorno – in parte sono ancora purtroppo – ma comunque a cosa erano ai tempi in cui Gramsci descriveva l’agricoltura nel Mezzogiorno come un’agricoltura di estrema povertà, oltre che per i rapporti sociali, basati sul latifondo, ma anche per le tecniche produttive utilizzabili. Era il fatto dell’irregolarità del corso d’acqua, per esempio del Tirso. Sappiano che erano fiumi a regime torrentizio come si usa dire, con grandi ondate di piena e poi dei periodi lunghi di siccità, di pochissima acqua. La diga ha significato regolarizzare le acque, la irrigazione delle terre in un’ampia area qui del centro-ovest della Sardegna. Ecco questo significa che sono stati fatti dei passi avanti enormi. L’intervento straordinario degli anni ’50, ’60 e ’70 riprende quest’ispirazione, quindi è un grande intervento di infrastrutturazione del Mezzogiorno e poi di politica industriale. E il risultato è appunto un Mezzogiorno che cambia faccia.

 

Oggi la nostra questione meridionale non è quella con cui si misurava Gramsci. Il Mezzogiorno dell’epoca di Gramsci, di Salvemini, di Dorso, era un Mezzogiorno agricolo, con ampie estensioni di latifondo e con masse contadine in condizioni di estrema povertà. Oggi il Mezzogiorno, per nostra fortuna, non è più questo. Il latifondo è praticamente scomparso, i grandi processi urbani – con i costi dei processi urbani: penso alle periferie di Cagliari, di Napoli, di Palermo, di Bari, di Catania, però grandi processi urbani – l’industrializzazione, un’agricoltura che conta oggi su una fornitura d’acqua molto più regolare di un tempo (ci sono ancora problemi, lo sappiamo. Però non c’è confronto). Quindi un Mezzogiorno completamente cambiato, che ha fatto grandi passi avanti, ma un Mezzogiorno con grandi sofferenze sociali di oggi, di una società avanzata che vede le nuove periferie che devono essere risanate, vede tanti giovani che non hanno un futuro rassicurante. Quanti di noi e io stesso non hanno paura che i nostri e miei figli e nipoti non vadano avanti rispetto a noi? E questo è il contrario di quel che pensavano i miei genitori quando io ero ragazzo, e credo che nel Mezzogiorno questo sia un problema enorme, questo è il problema più importante di tutti. E abbiamo aree interne che si sono spopolate per i processi di inurbamento. Insomma ci sono le sofferenze sociali di oggi ma sono quelle di un’altra situazione.

 

Allora, per chiudere rapidamente, noi oggi dobbiamo affrontare la questione meridionale per come è oggi, per come è la società del Mezzogiorno oggi e nel caso della Sardegna, per come è la Sardegna oggi. E qui viene il tema che poneva Giorgio Macciotta, quello dell’assetto di governo tra le istituzioni. Il regionalismo per come si è affermato nel nostro Paese con la realizzazione del dettato costituzionale negli anni ’70 quando sono state varate le regioni a statuto ordinario, è anche questo un segnale di una società che è cambiata, di una maturità della democrazia maggiore, quindi di un suo articolarsi, di non poter essere gestita dall’alto verso il basso. Perché questo era l’intervento straordinario, con tutti i suoi meriti che sottolineo sempre, però è un intervento dall’alto verso il basso. Però non va bene il regionalismo permettetemi di chiamarlo “anarchico”, che una volta finito l’intervento straordinario si è trascinato nel nostro Paese e si trascina ancora, con una difficoltà del centro – lo dico da ex uomo di governo con molta sincerità – con una vera difficoltà del centro a coordinare questi poteri diffusi, sacrosanti come dicevo prima come espressione di maturità democratica ma che ci pongono un problema di governo molto serio.

 

Allora il tentativo fatto prima nella seconda metà degli anni ’90 e poi ripreso negli ultimi tre anni dal 2014 al 2017 è stato il tentativo di recuperare un ruolo di responsabilità del centro in dialettica forte e anche cooperativa con le Regioni. Mi spiego: il regionalismo anarchico è stata la fase in cui non a caso il divario si è allargato. Il divario si era stretto fino agli anni ’70, poi l’intervento straordinario sostanzialmente è finito a fine anni ’70 ,poi c’è stata una fase in cui si è trascinato ma nella sua reale efficacia è finito lì. E dopo c’è stata tutta una fase in cui si distribuivano le risorse alle Regioni e lo Stato centrale si disinteressava, non si faceva carico delle responsabilità. Questo poteva far comodo ai poteri locali ma non ha fatto bene al Mezzogiorno. Ecco, quello che abbiamo cercato di fare è stato un rapporto forte, da protagonisti gli uni con gli altri, tra Stato centrale e Regioni.

 

E il Mezzogiorno in qualche modo – permettetemi di rivendicarlo – si è messo in moto. Dal 2015 al 2017 è cresciuto – lo dice la Svimez – un po’ più del Centro-Nord. Non abbastanza di più :da quando quel divario si era allargato ce ne voleva ben altro, però è ripartito. Ecco, dobbiamo fare in modo che non si torni indietro, che questa ripartenza del Mezzogiorno non si spenga. Lo dobbiamo ai giovani del Mezzogiorno, prima di tutto, e lo dobbiamo al nostro Paese nel suo insieme. Perché non c’è futuro dell’Italia – io di questo sono fortemente convinto – se il Mezzogiorno d’Italia non prende in mano il suo destino. E qui io condivido le osservazioni critiche che faceva Giorgio Macciotta sul modo in cui in particolare il Veneto e la Lombardia stanno andando alla discussione col governo centrale. Però questo mi porterebbe molto in là. Mi fermo: ecco, noi abbiamo bisogno che il nostro Paese torni fino in fondo a pensarsi come comunità nazionale, cittadini italiani a pieno titolo, da Aosta a Lecce, da Trieste a Palermo, passando per la Sardegna. Cittadini italiani a pieno titolo, perché è quando si assume questo modo di pensare che la questione meridionale scocca, perché il nostro Paese se lo pensiamo come Italia non può permettersi di avere il divario che ancora si porta appresso.

 

 

 

 

 

 Amedeo Lepore:

“Grazie, vorrei dire sostanzialmente tre cose. La prima è che sono d’accordo con Claudio De Vincenti: il Mezzogiorno è andato, insieme al nostro Paese, molto avanti dall’Unità d’Italia in poi, e grazie all’Unità d’Italia si sono realizzati questi progressi. Vorrei anche dire, ascoltando l’ultimo intervento, che per la verità è stato proprio dopo la seconda guerra mondiale con l’avvio della nostra repubblica che si sono realizzati i più importanti interventi nel Mezzogiorno, la riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno. Io credo che questo debba essere l’insegnamento a cui noi guardiamo con grande attenzione.

 

Questa è la terra di Antonio Gramsci, e se vi parlo di un napoletano che fa parte di un contesto diverso da questo, Giorgio Amendola, Giorgio Amendola ha avuto un merito, quando parlava ai lavoratori e ai meridionali diceva: guardate, noi dobbiamo cambiare le nostre condizioni ma dobbiamo essere consapevoli dei passi avanti che il Mezzogiorno e tutto il Paese hanno fatto, perché non è la stessa cosa di trenta, quaranta e cinquant’anni fa, siamo andati avanti e da questa consapevolezza io credo che si debba partire. Il primo momento è stato l’inizio del Novecento quando anche qui si è realizzata questa opera importantissima. Questa mattina abbiamo visto un filmato, lo ricordava Claudio De Vincenti, e una signora anziana diceva: questa diga è stata un’opera mondiale.

 

Ed è così, è stata un’opera straordinaria che tendeva negli obiettivi a fare dell’oro bianco, dell’acqua, una risorsa utile per dissetare le popolazioni, per irrigare e migliorare le coltivazioni per realizzare l’elettricità e diffondere questa innovazione dell’elettricità che era l’innovazione della seconda rivoluzione industriale. L’Italia è arrivata durante la seconda rivoluzione industriale alla sua prima rivoluzione industriale ed è riuscita però a recuperare terreno grazie all’opera di riformisti come Francesco Saverio Nitti, come Serpieri, come Beneduce, come Angelo Omodeo che è l’ideatore di questa diga.

 

Si è cercato con quell’opera di affrontare due problemi: quello del ricambio industriale del Mezzogiorno cominciando una prima fase di industrializzazione agli inizi del Novecento, e di infrastrutturazione, di costruzione di opere pubbliche; e dall’altro di fare fronte alla scarsezza delle risorse naturali che è un dato di tutto il nostro Paese: noi siamo arrivati in ritardo rispetto alla rivoluzione industriale perché non avevamo come la Gran Bretagna e come altri paesi, le risorse naturali che sgorgavano dal terreno. Dovevamo in qualche modo o trovarle in altri luoghi e farle venire dall’estero oppure dovevamo sfruttare quello che avevamo. E quest’opera tenace che anche qui si è realizzata, in Sardegna, è un’opera che sta a testimoniare la nostra capacità di andare avanti.

 

Gramsci a proposito dell’elettricità ha detto che – nonostante ci sia stata una sua polemica con Nitti, con Turati e anche con Omodeo – lui diceva che il fatto moderno della facilità di distribuzione della forza motrice elettrica anche per piccole unità, trasforma e rinnova tutti i tipi di industria e di azienda. E poi ammoniva dicendo che contro la natura e contro la miseria le opere pubbliche di risanamento e di irrigazione sono opere importanti a cominciare da quelle che hanno portato l’energia elettrica. Questa testimonianza è una testimonianza importante che si è rinnovata poi nel dopoguerra con la Cassa per il Mezzogiorno, la riforma agraria, con l’azione della Svimez di Pasquale Saraceno in particolare.

 

Qui per la verità io non vedrei un fallimento. Qui c’è stato uno dei capitoli più importanti della storia del Mezzogiorno, quello di Nitti degli inizi del secolo. Perché il Sud è cresciuto a una velocità maggiore del resto del Paese. C’è stata addirittura in quel periodo una tripla convergenza: una convergenza del Sud verso il Nord: il Sud è cresciuto più del Nord; L’Italia complessivamente si è avvicinata ai paesi più avanzati dell’Europa e l’Europa è cresciuta più degli Stati Uniti in quel tempo fra gli anni ’50 e gli anni ’70. Questo ci ha consentito di reggere alle sfide internazionali e di diventare un paese moderno. L’Italia è diventata la seconda potenza industriale dell’Europa e una delle principali potenze industriali del mondo. Noi siamo un paese piccolo e lungo, come lo ha definito Ruffolo.

 

Dove si è interrotto questo percorso? Si è interrotto negli anni ’70, per cause internazionali, la congiuntura internazionale, ma anche perché la politica e in particolare la nascita delle Regioni (io ero assessore regionale fino a qualche mese fa, alle attività produttive in Campania; pur essendo uno studioso di storia economica, ho cercato di dare un contributo) ma l’ho fatto nella consapevolezza che le regioni sono un’esperienza che ha manifestato molti limiti, fin dalla sua origine. E li ha manifestati quando ha cercato non di sollecitare quel rapporto proficuo tra istituzioni pubbliche, competenza, tecnica, come è stato fatto con le dighe, come è stato fatto con le infrastrutture, come è stato fatto con l’industrializzazione, ma ha cercato di gestire le risorse pubbliche a fini di consenso.

 

Quando sono entrati i rappresentanti delle regioni nel consiglio di amministrazione della Cassa per il Mezzogiorno quell’esperienza ha cambiato totalmente di segno. E da lì è nato anche – Claudio DeVincenti diceva: stiamo attenti al regionalismo anarchico e sperperatore – quel regionalismo sbagliato ha dato vita a una reazione al Nord che ha portato a far sorgere una questione settentrionale, cioè l’esigenza che poi oggi si manifesta in modo del tutto sbagliato con quella che viene chiamata autonomia differenziale. Il tema del residuo fiscale è molto serio: non perché esista il residuo fiscale o perché sia ammissibile… Io non credo che sia ammissibile che alcune regioni si approprino di tasse che sono di carattere nazionale. Anzi io credo che ci sia la necessità di garantire la perequazione che quella riforma, che ha voluto una certa forza politica, del federalismo fiscale,- prevede. Ci dev’essere una perequazione che poi porti anche ad elevare le capacità e l’efficienza dell’amministrazione. Lo ha detto il professor Sassu e io sono d’accordo.

 

E questo è stato un altro elemento che non è stato considerato adesso che si pone la questione di avere un’autonomia differenziale in particolare da parte di alcune regioni. Ma soprattutto guardate, io penso che ci sia un tema fondamentale, il tema fondamentale è che Nord e Sud sono interdipendenti. C’è un bello studio che ha fatto un centro studi che si chiama Studi e ricerche Mezzogiorno, che è un cnetro studi di San Paolo-Intesa, che ha messo in evidenza come le industrie più avanzate del Mezzogiorno, quelle dell’abbigliamento, dello spazio, dell’agroalimentare e dell’automobilistica hanno creato una interdipendenza con le industrie del Nord e che questa interdipendenza ha creato delle filiere da grande industria e piccola e media industria che sta guidando l’esportazione italiana, le parti più avanzate del nostro apparato industriale. Che hanno realizzato negli ultimi tre anni – perché anche qui c’è stato un cambiamento, non è tutta storia costellata di errori e di fallimenti – negli ultimi tre anni c’è stato un risveglio nel Mezzogiorno.

 

Dal 2015 al 2017 il Pil delle regioni meridionali – certo nel 2017 il Nord e il Sud sono cresciuti più o meno alla stessa velocità, lo 0,1 per cento di differenza – ma nei tre anni dal 2015 al 2017 il Sud è cresciuto ad una velocità del 3,7 per cento. Non è la soluzione dei nostri problemi, è un primo segnale di ripresa però è cresciuto, ed è cresciuto più del resto dell’Italia che è cresciuta del 3,3 % e inoltre nel Sud che è stato colpito gravemente soprattutto dalle crisi dell’apparato produttivo, in questi tre anni l’industria ha guidato la ripresa. L’industria è cresciuta del 18%.

 

Come è stato possibile questo? Perché ci sono stati investimenti, e gli investimenti nascono anche da politiche corrette che sono state applicate. Non perché Claudio De Vincenti è qui, ma alcune delle scelte che lui ha fatto, forse per un tempo troppo breve, forse troppo tardi, non per colpa sua – lui ha fatto il Ministro per il Mezzogiorno nell’ultimo anno del governo precedente – però sono state scelte importanti. E allora cosa bisogna fare? Bisogna puntare di nuovo a chiedere interventi dello Stato indifferenziati? E’ impossibile. Lo statalismo è stato un errore quando c’è stato e ha portato assistenzialismo e non sviluppo.

 

Bisogna fare da soli? In questi anni c’è stata una crescita dell’impresa, dei giovani, dei talenti, della creatività del Mezzogiorno, come segnali importanti, però se non vengono messi a sistema, se non c’è un segnale, un intervento delle istituzioni pubbliche non serve a cambiare la situazione del Mezzogiorno, non serve a superare il divario. Io credo che ci dev’essere una capacità di non interrompere una strada – ma anche di innovare se è necessario – ma di guardare soprattutto anziché ad interventi di carattere assistenziale, allo sviluppo produttivo del Sud.

 

Io penso che ci siano quattro direzioni nelle quali si può andare, e concludo.

Uno riguarda i servizi, mi riferisco a un divario drammatico che c’è nel Mezzogiorno in termini di erogazione dei servizi della publica amministrazione. Non è che il nostro paese in generale stia benissimo ma qui c’è la necessità di innovare profondamente la pubblica amministrazione, di renderla digitale, di far arrivare nuove leve nella gestione della pubblica amministrazione, c’è la necessità di avere un rapporto tra pubblico e privato e di valorizzare l’opera che fanno la scuola e l’università. Dal Mezzogiorno nel periodo della crisi sono andati via quasi 800mila giovani, più di 200mila giovani sono laureati fra quelli che sono andati via. Io ci vedo non soltanto un dramma, che sicuramente c’è, ma ci vedo anche il fatto che questi giovani del Mezzogiorno sono stati formati bene dalle nostre università e hanno avuto la possibilità di trovare all’estero o nel resto del Paese condizioni di occupazione. Il dramma è che non se ne creano nel Mezzogiorno e bisogna fare in modo che si creino.

 

Il secondo elemento è quello del potenziamento delle politiche sociali per le situazioni gravi di disagio sociale e di povertà: ma bisogna distinguere dall’assistenza fine a se stessa e invece l’accompagnamento all’occupazione. Sono due cose completamente differenti: l’assistenza non risolve nessun problema, dura un anno, se dura, e se ci sono le risorse, poi si ferma. E invece bisogna creare le condizioni per accompagnare al lavoro.

 

E infine due cose secondo me sono strategiche: la competenza, ricerca e innovazione. Nel Sud bisogna fare un salto di qualità, bisogna puntare a un’industria altamente tecnologica che sia il frutto di processi di ricerca e di innovazione. Se il Sud non fa questo salto non ce la fa a superare il divario. E poi c’è l’industria, l’industria in quanto tale. Ora in questi anni si sono fatte tre misure molto importanti: il credito d’imposta per gli investimenti, i contratti e gli accordi di sviluppo, e “Resto al Sud” per i giovani, che hanno immesso investimenti produttivi nel Mezzogiorno molto consistenti. Credo che nella nuova legge di bilancio non troviamo risorse che finanziano ancora questi interventi. Andranno avanti finché rimangono risorse stanziate negli anni precedenti. Questo è un errore ed è un errore molto grave.

 

Io al rafforzamento di questi provvedimenti ne aggiungerei un altro, che è quello di considerare, soprattutto per alcune aree del Mezzogiorno, (adesso si stanno avviando le Zone economiche speciali dove si possono fare le sperimentazioni in termini di semplificazione), ma c’è un problema che riguarda il costo del lavoro, quello che viene chiamato il cuneo fiscale. Ecco io concentrerei, se si deve fare un intervento innovativo, insieme a questi, le risorse – se se ne riescono a dirottare da interventi assistenziali – per ridurre il costo del lavoro, per ridurre il cuneo fiscale e fare in modo che ci sia per imprese e lavoratori, una possibilità di crescita nei prossimi anni. In questo modo io credo che il Sud ce la può fare, si può collegare non solo all’Europa ma anche a una prospettiva di crescita verso il Mediterraneo che è il nostro futuro”.

Video

Video integrale del convengo “Cento anni di meridionalismo”.